Sintesi 1200 1300
Una sintesi degli argomenti trattati in modo da avere uno sguardo d'insieme su tutto il periodo.
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Il 1300

1. Dalle grandi carestie alla crisi

La fase di crescita demografica ed economica dell'Europa occidentale che aveva preso avvio alla fine del X secolo toccò il suo culmine intorno alla fine del 1300. Nel corso della crisi economica dei successivi quarant'anni la crescita si arre­stò e fu in molti casi sostituita da una marca­ta tendenza al rallentamento dell'economia. La stessa tecnologia agricola non aveva compiuto sostanziali progressi e bastò un periodo di cattivi raccolti per spezzare il precario equilibrio fra popolazione e risor­se disponibili.
Due grandi ondate di care­stia si verificarono in seguito al peggiora­mento del clima, nel 1315-18 nelle regioni nord-occidentali dell'Europa e nel 1340-1346 in tutto il continente.
La crisi agrico­la ridusse le risorse e le possibilità di sussi­stenza dei contadini, ma intaccò anche le rendite dei proprietari fondiari. La dimi­nuzione delle risorse agricole e delle ren­dite, determinando una minor richiesta di beni, fece sì che anche l'economia mani­fatturiera e il commercio entrassero in cri­si.
Completò il quadro il dissesto finanzia­rio, provocato dai clamorosi fallimenti dei banchieri (come le famiglie fiorentine dei Bardi e dei Peruzzi) esposti per cifre esor­bitanti nei confronti dei sovrani.

2. La peste spopola l'Europa

La crisi economica che si manifestò alla metà del Trecento ebbe cause strutturali, ma fu aggravata anche da fattori sanitari e igienici, in particolare da una virulenta epidemia di peste.
La peste aveva già decimato la popolazio­ne europea tra il VI e l'VIII secolo, ma nel successivo mezzo millennio si era perduta ogni traccia di questa malattia e con essa la sua memoria. Così, quando improvvisa­mente riapparve, con i suoi caratteri di de­vastante letalità, fu qualcosa di ignoto e terrificante che segnò profondamente l'immaginario collettivo. Un'epidemia di peste proveniente dall'A­sia centrale e trasmessa soprattutto dal pic­colo topo nero dalla coda lunga, che era presente ovunque nelle case e nei granai, investì l'Europa alla fine del 1347. La ma­lattia provocò la morte di almeno un quar­to della popolazione e, ripresentandosi pe­riodicamente durante il XIV e XV secolo, impedì ogni consistente recupero demo­grafico per più di cento anni. Un'ondata di morte e disperazione si ab­batté allora sul continente: manifestazioni di panico collettivo scoppiarono ovunque insieme a pesanti conflitti sociali. Si aprì un circolo vizioso: i contadini alla fame per cercare un po' di cibo invasero le città, ma portarono con sé anche il contagio. Men­tre l'epidemia si diffondeva, l'attività agri­cola languiva e i rifornimenti alimentari vennero quasi ovunque a mancare.

3. La ristrutturazione delle attività agricole

Lo stato dell'agricoltura europea uscì profondamente modificato dall'azione combinata delle epidemie - con il conseguente crollo demografico - e della crisi economica. Ampi territori vennero abbandonati e su di essi ripresero il sopravvento la palude o il bosco.
In molte aree dell'Europa, come in Inghil­terra, in Spagna e in diverse zone centro-meridionali della penisola italiana, alla di­minuzione delle colture cerealicole si ac­compagnò un forte incremento dell'alle­vamento di bestiame, soprattutto di pecore e di capre: fu questa la risposta meno inno­vativa alla crisi.
Ma in altre zone dell'In­ghilterra e nella Pianura padana, invece, la risposta alla crisi fu la modernizzazione dell'agricoltura: vennero infatti avviate opere di bonifica dei terreni paludosi che ri­chiesero forti investimenti e le attività pro­duttive si indirizzarono verso colture orien­tate alla produzione tessile, in particolare il lino e la seta.
La manifattura tessile, infatti, era un settore in grande trasformazione in tutta Europa. Tra la fine del XTV secolo e poi più distesa­mente nel corso del XV, nelle Fiandre e nei Paesi Bassi la produzione di pannilana si differenziò in base al mercato di destinazio­ne e si diffuse anche nei centri urbani mi­nori e nei villaggi agricoli. Nei tradizionali centri urbani di produzione si mantennero le lavorazioni di lusso: così Firenze, che era stata mima della peste il maggior centro la­niero europeo, riconvertì gran parte delle sue risorse nella produzione della seta.

4. La crisi politica: la guerra dei Cento anni

Agli effetti distruttivi delle carestie e delle epidemie si sommarono quelli della guer­ra: dal 1337 al 1453 un lunghissimo con­flitto, la guerra dei Cento anni, oppose la Francia all'Inghilterra. La guerra fu un contenzioso territoriale di tipo feudale, originato dal tentativo del re di Francia di far valere i suoi diritti sui due grandi feudi del re d'Inghilterra posti al confine del regno, il ducato atlantico di Guascogna e la contea di Fiandra.
La Francia, che nel corso di questa guerra andò vicina alla propria scomparsa come entità politica, ne uscì non soltanto vinci­trice, ma profondamente trasformata, per­ché la monarchia francese riuscì nell'ope­ra di unificare il territorio che oggi direm­mo "nazionale" sia a danno degli inglesi, che persero i loro feudi sul continente, sia a danno degli estesi poteri feudali che con­testavano l'autorità del sovrano, primo fra tutti il ducato di Borgogna.

5. La crisi sociale: le rivolte popolari

La difficile situazione in cui versava l'Euro­pa, caratterizzata da carestie ed epidemie alle quali si combinarono gli effetti della guerra dei Cento anni, determinò solleva­menti popolari in tutti i paesi. Le rivolte più sanguinose infiammarono la Francia e la città di Firenze.
La prima fu indirettamente provocata dal­la disastrosa sconfitta subita dai francesi a Poitiers (1356) per mano degli inglesi, quando il principe Carlo fu costretto a con­vocare gli Stati generali, l'assemblea dei tre stati del regno (clero, nobiltà, borghesia) riunita per la prima volta da Filippo il Bel­lo. L'assemblea fu presto egemonizzata dal­la borghesia, capeggiata da Etienne Mar­cel, che ottenne l'approvazione della Gran­de ordinanza. Tale documento consegnava agli Stati generali il controllo delle finanze pubbliche e dell'esercito e subordinava la raccolta delle tasse necessarie a pagare il ri­scatto del re Giovanni il Buono a una riforma della monarchia. Lo scontro tra Carlo V e gli Stati generali giunse al culmine nel 1358, quando questi lasciò Parigi dichia­rando l'illegalità dell'assemblea; nello stes­so anno, in gran parte della Francia esplo­se un'enorme rivolta contadina (chiamata jacquerie), che sembrò saldarsi con l'insur­rezione della borghesia cittadina. Così però non fu: le truppe della nobiltà ster­minarono l'esercito improvvisato dei con­tadini e assediarono Parigi. Il 2 agosto, l'as­sassinio di Etienne Marcel pose definitiva­mente fine alla rivolta.

Nei quindici anni successivi, rivolte popo­lari interessarono tutta l'Europa: le Fian­dre, alcune città tedesche, la Francia set­tentrionale, l'Inghilterra; la più significati­va fu però quella dei ciompi, che scoppiò a Firenze nel 1378 e che vide i lavoratori sa­lariati, alleati con le arti minori, prendere il potere nella città. Questo "governo popolare" si caratterizzòper un nuovo assetto istituzionale: la città era retta da una magistratura alla quale partecipavano i rappresentanti di tutte le arti e i salariati. Nel 1382, dopo che i ciompi erano stati sanguinosamente repressi, le arti minori venivano estromesse dal governo cittadino, che ritornava nelle mani delle famiglie dei notabili.

6. La crisi del papato

Sul piano ideologico e politico, l'altro grande fenomeno che caratterizza 1'"au­tunno del Medioevo" è la crisi dei grandi poteri universali, il papato e l'impero. Alla morte di Bonifacio VIII, uscito sconfit­to dallo scontro con Filippo il Bello, un lungo conclave influenzato dal re di Fran­cia elesse un vescovo francese che assunse il nome di Clemente V e che nel 1309 tra­sferì la sua residenza ad Avignone. Aveva così inizio la cosiddetta cattività avignonese, che durò di fatto fino al 1377 e durante la quale la chiesa fu soggetta al re di Fran­cia, trasformandosi sempre più in un cen­tro di potere "secolare".

Questa tendenza si evidenziò immediatamente quando il papa accettò di appoggiare il monarca francese nel processo da questi intentato all'ordine monastico-militare dei Templari, che si con­cluse con la condanna al rogo, su false ac­cuse, di tutti i capi dell'ordine e con la re­quisizione delle loro ingenti ricchezze. Gregorio XI riportò a Roma la Santa sede; ma alla sua morte, nel 1378, la chiesa pre­cipitò nella più acuta crisi della sua storia, perché i cardinali francesi si opposero al­l'elezione di un vescovo italiano e convoca­rono un nuovo conclave che elesse un se­condo pontefice.
Lo scisma lacerò la cri­stianità, che per quarant'anni ebbe due pa­pi: uno romano, riconosciuto dalla mag­gior parte degli stati occidentali, e uno francese, riconosciuto dal re di Francia, dagli angioini di Napoli e successivamente dal re di Spagna. Nel 1409 un concilio con­vocato da una parte dei cardinali si riunì a Pisa ed elesse un nuovo papa; ma i due pa­pi non accettarono di dimettersi, sicché la chiesa, al culmine della sua crisi, giunse ad avere tre pontefici.
Fu solo il concilio riunito a Costanza nel 1414 che ottenne dapprima il ritiro dei ri­vali, infine la conclusione dello scisma con l'elezione di Martino V (1417-31).
Chiuso lo scisma, la chiesa si trovò però im­mediatamente di fronte alla questione del progressivo autonomizzarsi delle "chiese nazionali". Questo problema prese avvio con la rivolta della chiesa boema in seguito alla condanna al rogo di Jan Hus, la mag­giore autorità intellettuale del movimento boemo di riforma ecclesiastica. La rivolta, lunga e sanguinosa, si concluse nel 1433 con i Compactata di Praga, che, nonostan­te la fiera persecuzione nei confronti degli hussiti, recepivano alcuni degli assunti dot­trinali del movimento boemo. Ma la tendenza delle chiese a divenire "na­zionali", riconoscendo l'autorità del sovra­no prima di quella del pontefice, avanzò in modo inarrestabile in Francia, dove con la Prammatica sanzione emanata da Carlo VII nel 1438 si affermò la chiesa nazionale gal­licana, e in Inghilterra, dove il monarca già dalla fine del secolo precedente imponeva la propria volontà in materia religiosa.

La crisi dell’Impero

La tendenza al radicamento "nazionale" che abbiamo visto caratterizzare la chiesa interessò in misura sempre crescente an­che l'impero, tradizionalmente formato dai tre nuclei territoriali dell'Italia, della Borgogna imperiale e della Germania.

L'I­talia, di fatto, già dall'inizio del Trecento non faceva più parte dell'impero, e a nulla erano valsi i successivi tentativi di ristabilire il potere imperiale sulla penisola: quello conclusivo, compiuto da Ludovico il Bavaro nel 1324 in seguito alla scomunica di pa­pa Giovanni XXII, vide la discesa dell'imperatore in Italia con l'obiettivo di far eleg­gere un antipapa. Ma di fronte alla reazio­ne della principale forza guelfa italiana, gli angioini di Napoli, Ludovico fu costretto a tornare in Germania, ponendo così fine al­la secolare continuità di rapporti tra Ger­mania e Italia.
In cambio del pagamento di una forte som­ma di denaro, Ludovico concesse alle forze ghibelline italiane, tra le quali i Visconti di Milano e altre importanti famiglie, il titolo di "vicario imperiale", riconoscendone di fatto il governo sulle città.
La nuova struttura dell'impero venne san­cita nel 1356 da Carlo IV di Lussemburgo con la cosiddetta Bolla d'oro, che stabiliva definitivamente la lista dei grandi elettori dell'imperatore: tre principi ecclesiastici (gli arcivescovi di Magonza, Colonia e Treviri) , e quattro laici (il re di Boemia, i duchi di Brandeburgo e di Sassonia, il conte del Palatinato). In tal modo l'impero diventa­va di fatto una realtà unicamente tedesca, che non aveva più bisogno della legittima­zione del papa.

Il quadro orientale

Anche il quadro extraeuropeo mutò radi­calmente nel XIV secolo: vecchi regni spa­rirono e s'imposero nuovi imperi, destina­ti a svilupparsi nei secoli seguenti.
Il fatto più rilevante ebbe come teatro la penisola anatolica, dove si affermò la dina­stia turca degli Ottomani, che eliminò defi­nitivamente le ultime vestigia dell'antico dominio bizantino e nel 1354 passò lo stret­to dei Dardanelli, preparandosi alla con­quista dei Balcani. Gli Ottomani sconfisse­ro più volte il regno di Serbia, la maggiore potenza militare presente nella regione, e respinsero la crociata europea organizzata per fermarne l'avanzata, giungendo a mi­nacciare direttamente Costantinopoli.

In Asia emerse un'altra forza, in continua espansione dall'Eufrate a Samarcanda e ol­tre: l'impero di Tamerlano, condottiero turco che si diceva discendente di Gengis Khan, protagonista di una serie di imprese particolarmente violente e sanguinose con­tro i mongoli, ma anche contro il sultanato musulmano di Dehli e la Siria dei mame­lucchi. Persino il potentissimo sultano ot­tomano Bayazid venne sconfitto da Tamer­lano nella battaglia di Ankara del 1402: fu dunque Tamerlano a salvare, provvisoriamente, Costantinopoli da una fine sicura.
Questi sconvolgimenti territoriali e politi­ci, che sancivano bruscamente la fine della pax mongolica instaurata in Asia da Gengis Khan e dai suoi successori, resero insicure e precarie le vie centro-asiatiche, causando rilevanti cambiamenti nei commerci:
  • i ve­neziani tornarono a frequentare i porti dei sultani mamelucchi, sovrani d'Egitto e di Siria,
  • mentre i genovesi spostarono l'asse dei loro commerci sulla direttrice che uni­va il Mediterraneo e il mare del Nord, con­servando il monopolio dell'allume di Focea, prezioso prodotto utilizzato nell'indu­stria tessile.
L'affermazione di nuovi prodotti di lusso, come lo zucchero, e il perfezionamento delle tecniche commerciali, come quelle rappresentate dalla lettera di cambio, con­sentirono agli italiani di mantenere il loro predominio non solo sui mercati europei ma anche su quelli internazionali. Tuttavia, proprio l'ostacolo posto dagli Ottomani sulle vie dell'Oriente costituì la premessa di una stagione di scoperte geografiche e di nuove rotte di traffico destinate a muta­re completamente l'assetto dei commerci e dell'economia europea.

I sistemi istituzionali

1. L'afferma­zione delle signorie in Italia

Al principio del Trecento si ripropose in Italia la tendenza alla formazione di signo­rie personali che si era delineata già nel se­colo precedente, ma i cui risultati non era­no stati durevoli. Furono queste signorie a Milano, Venezia e Firenze ad avviare la co­struzione degli stati regionali che costitui­ranno i poli dell'assetto politico italiano.
Il XIV secolo fu decisivo anche per la for­mazione dello Stato della chiesa: con il ri­torno del papa a Roma, nel 1377, dopo la cattività avignonese, fu rinsaldato veloce­mente il controllo sul Lazio; sugli altri ter­ritori pontifici si alternavano invece dispo­tiche signorie e libere istituzioni comunali.
L'ultima importante aggregazione statale presente in Italia era il regno di Sicilia, che comprendeva anche la Sardegna e il regno di Napoli. Nel 1302 esso venne diviso: il re­gno di Napoli rimase alla dinastia degli Angiò, mentre la Sicilia andò alla dinastia de­gli Aragonesi. Ma gli Angiò erano troppo divisi da lotte intestine e impegnati in guer­re esterne, e nel 1442 la dinastia dei sovra­ni d'Aragona si impossessò di Napoli, le­gando il Meridione d'Italia per molti seco­li alle sorti della Spagna.
I tentativi di espansione che mettevano i si­gnori l'uno contro l'altro trovarono un fre­no nella generale pace di Lodi del 1454, che portò a quarant'anni di stabilità, durante i quali, però, non cessò la rivalità tra i diversi stati e rimasero costanti le azioni di destabi­lizzazione dei regni avversari; questa situa­zione culminerà nelle guerre d'Italia che in­fiammarono i decenni attorno al 1500.

2. L'evolu­zione politica dell'Europa occidentale e orientale

Nel 1435, la riconciliazione tra Carlo VII di Francia e Filippo il Buono di Borgogna aveva contribuito alla sconfitta inglese nel­la guerra dei Cento anni.
I territori che Fi­lippo aveva ottenuto in cambio del suo ap­poggio promossero la Borgogna al ruolo di grande potenza statale, anche se bisognava superare la scarsa unità amministrativa e continuità territoriale tra i domini borgo­gnoni (la Borgogna a sud, i Paesi Bassi e le Fiandre a nord). I tentativi di raggiungere questi obiettivi da parte del figlio di Filippo, Carlo il Temerario, fallirono, e nel 1477 Luigi XI fece valere i suoi diritti sui territo­ri della Borgogna, che formalmente erano feudi di Francia.
Ma un matrimonio im­pedì la realizzazione di questo progetto: sempre nel 1477 Maria di Borgogna, figlia di Carlo, sposò Massimiliano d'Asburgo, portando in dote le Fiandre e i Paesi Bassi. In Inghilterra, la guerra dei Cento anni aveva lasciato una situazione di scontri civi­li e crisi dinastica.

Nel 1453 ebbe inizio un nuovo lungo conflitto tra due dinastie, i Lancaster e gli York, che ebbe il nome di guerra delle Due rose (1453-85) e si con­cluse però con l'affermazione della nuova dinastia dei Tudor. Il re Enrico VII Tudor (1485-1509) si trovò a governare un paese rovinato dalle distruzioni belliche ma con una nobiltà feudale ormai debolissima, e potè allora procedere alla costruzione di un forte apparato statale.

Anche nella penisola iberica la situazione era molto instabile. Essa era dominata da tre dinastie principali: quella portoghese, quella di Castiglia e quella d'Aragona. Tutte e tre le dinastie furono attraversate nel XIV secolo da conflitti interni, e solo nel se­colo successivo la penisola cominciò ad avere un assetto più stabile.
Già nel 1385 il Portogallo, con la dinastia di Giovanni I d'Avis, si avviò a divenire una grande po­tenza marittima.
Le sorti di Castiglia e Ara­gona furono invece segnate da un impor­tante matrimonio, quello tra Isabella e Fer­dinando, avvenuto nel 1469, che aprì la strada all'unificazione dei due regni.

Nell'Europa orientale, la Russia conobbe una fase di rapido sviluppo nel XV secolo,con la messa a coltura di ampie estensioni di territorio e una veloce crescita demo­grafica.

Nell'area mediterranea, durante il decen­nio 1420-30, i turchi avevano ripreso la loro espansione nei Balcani, completando la conquista dell'Albania e della Grecia. L'imperatore bizantino chiese aiuto alle poten­ze cattoliche per salvare la capitale Costan­tinopoli, ma solo l'Ungheria si mosse. Do­po due sconfitte degli ungheresi, Costanti­nopoli fu espugnata dal sultano Maometto II nel 1453, divenendo la capitale ottoma­na con il nome di Istanbul.

3. Le monarchie nazionali verso lo stato moderno

In questo quadro estremamente instabile proseguì l'evoluzione delle monarchie eu­ropee verso le strutture dello stato moder­no:
  • il controllo dell'amministrazione della giustizia da parte dell'autorità regia e
  • impo­sizioni fiscali permanenti in luogo di occa­sionali richieste di aiuto ai sudditi
  • determi­narono un forte accentramento in due set­tori strategici di esercizio del potere.
Ma ciò che provocò più di tutto la concentrazione del potere statale furono le trasformazioni in campo militare: le guerre divennero sempre più costose e richiesero uno sforzo economico sempre maggiore. Solo i sovra­ni in grado di far fronte a ingenti spese po­terono continuare a impegnarsi nei conflit­ti, e ciò portò a un processo di centralizza­zione del potere e di selezione degli stati in grado di rimanere sullo scenario politico.

Tra questi spiccava la Francia, il paese dove questo processo era maturato maggiormen­te. Alla fine del Cinquecento, la corona si era rafforzata ulteriormente grazie al matrimonio tra il nuovo sovrano Carlo VIII e An­na di Bretagna, che aveva creato il primo le­game con questo ducato, rimasto sempre estraneo alle sorti della monarchia.

In Inghilterra era avvenuto un processo analogo e, grazie alla falcidia provocata nel­le file dei nobili dalla guerra delle Due ro­se, Enrico VII Tudor aveva potuto creare una nudva aristocrazia a lui fedele.

Molto più complessa la situazione in Spa­gna. Castiglia e Aragona continuavano a mantenere amministrazioni separate ed erano segnate da notevoli diversità: basata su un ceto nobiliare legato all'agricoltura e alla pastorizia, la prima; dotata di una soli­da classe mercantile, la seconda.

L'impero germanico era la realtà politica­mente più frammentata: la monarchia elet­tiva, dal 1438 di fatto sempre in mano agli Asburgo, non aveva nessun potere reale, e l'impero era costituito in realtà da entità poli­tiche diverse. Solo i domini diretti degli Asbur­go costituivano un blocco statuale unitario.

4. Le guerre d'Italia

La fragilità dell'equilibrio italiano si rivelò quando il re di Francia Carlo Vili decise di estendere i suoi possedimenti verso l'Italia. In questo modo aprì una fase di instabilità e conflitti che durò più di un ventennio e portò la gran parte dei territori della peni­sola alla perdita dell'indipendenza. La com­plessa serie degli avvenimenti può essere così riassunta:
•1494: Carlo VIII rivendica il regno di Na­poli e scende in Italia appoggiato dal duca di Milano, Ludovico Sforza, e da Piero de' Me­dici. Nel 1495 entra nella città partenopea. I principi italiani formano una lega che com­prende Milano, lo stato pontificio, Venezia e Firenze. Sulla via del ritorno, Carlo VIII vie­ne sconfitto a Fornovo sul Taro (1495).
•1498: il nuovo re di Francia, Luigi XII d'Orléans, estende le sue pretese anche al ducato di Milano e si allea con Venezia e con il papa. Nel 1499 conquista la città lom­barda e si accorda con la Spagna per spartire con essa il regno di Napoli (che non era direttamente dipendente dall'Arago­na). Le due monarchie entrano però in confitto e nel 1504 l'intero regno di Napo­li passa a Ferdinando d'Aragona.
• 1508: papa Giulio II costituisce contro Ve­nezia, per indebolirne la potenza, la lega di Cambrai, con Ferdinando d'Aragona, Luigi XII e Massimiliano d'Asburgo. Venezia su­bisce una dura sconfitta e deve rinunciare a molti dei propri possedimenti. La lega rom­pe gli equilibri italiani a favore dei francesi e papa Giulio II organizza la lega santa (1510) contro la Francia. Nel 1512 Luigi XII viene sconfitto e deve liberare Milano.
• 1515: a Luigi succede il nipote Francesco I, che entra nuovamente in Italia e occupa Milano. Per la quarta volta in quindici anni la città cambia padrone e torna sotto il do­minio dei francesi. Con Milano alla Frància e il regno di Napoli alla Spagna, le guerre italiane sembrano terminate.

7. Lo sviluppo delle civiltà in Asia, Africa e nelle Americhe

Tra il XV e il XVI secolo, anche i paesi ex­traeuropei subirono profonde trasforma­zioni sociali e politiche. Nel mondo islamico questa fase vide una notevole espansione dell'impero turco: nel Mediterraneo i turchi si sostituirono ai sul­tanati arabo-mamelucchi in Siria e in Egitto e, dopo la decisiva vittoria di Mohàcs contro gli ungheresi, portarono i confini dell'impero a breve distanza da Vienna.

Nel continente asiatico, all'inizio del Cin­quecento, il principe timuride Babur con­quistò l'India settentrionale e pose le basi di un impero che avrebbe prodotto la più profonda islamizzazione del subcontinen­te indiano.

Sotto la dinastia Ming, la Cina conobbe nel Trecento e Quattrocento un notevole sviluppo demografico, agricolo, te­cnologico-scientifico e industriale. Nel vici­no Giappone, nel frattempo, veniva a com­pimento il processo di frantumazione del potere imperiale a favore del ceto nobilia­re, militare e terriero, che condusse a una struttura economico-istituzionale molto vi­cina al feudalesimo europeo.

Nel Quattro e Cinquecento gli stati arabi, nonostante la pressione ottomana, man­tennero un ruolo preponderante nei traf­fici dell'oceano Indiano: attraverso le loro attività commerciali, essi diffusero l'islam in Malesia e in Indonesia, nonché sulle co­ste orientali dell'Africa. Furono sempre le loro attività economiche a diffondere l'isla­mismo nei regni neri della valle del Niger.

Completamente isolate dal continente eu­ro-asiatico e africano, le civiltà americane avevano seguito un'evoluzione del tutto au­tonoma, raggiungendo stadi di sviluppo as­sai differenziati: a una complessità socio­culturale elevata esse univano uno sviluppo tecnologico da età della pietra. Le Ameri­che erano state popolate da tre principali civiltà, gli aztechi, i maya e gli inca, piutto­sto diverse tra loro, che conoscevano l'agri­coltura e l'urbanizzazione già da molto tempo, ma non la ruota né la scrittura alfa­betica. Nel XV secolo, i maya erano già in una fase di decadenza, mentre iniziava una fase di espansione degli aztechi, grandi guerrieri, e degli inca, grandi organizzatori.

8. Le nuove rotte e le scoperte geografiche

All'inizio del XV secolo i portoghesi deci­sero di spingersi oltre le rotte atlantiche fi­no ad allora conosciute per allargare il rag­gio dei loro traffici. Essi navigarono verso sud, lungo le coste dell'Africa, e nel 1415-20 occuparono l'arcipelago di Madera e quello delle Azzorre. Fondarono sulla co­sta occidentale dell'Africa basi per il com­mercio di oro e schiavi e nel 1444 raggiun­sero il capo Verde, il punto più occidentale del continente. Ma i portoghesi si posero un obiettivo assai più ambizioso: circumna­vigare le coste dell'Africa e raggiungere co­sì l'India, togliendo ai veneziani il mono­polio del commercio delle spezie. L'impre­sa si rivelò assai difficile, ma nel 1487 una spedizione guidata da Bartolomeo Diaz raggiunse il capo di Buona speranza.

Negli stessi anni, il genovese Cristoforo Co­lombo presentava ai monarchi spagnoli un "bizzarro" progetto per raggiungere le In­die navigando verso occidente: esso fu ap­provato e finanziato dalla regina di Castiglia Isabella e Colombo prese il largo il 3 agosto 1492 dal porto di Palos. Dopo trentasei giorni di navigazione sbarcò su un'isola del­le Bahamas, battezzata San Salvador, con­vinto di avere raggiunto il Giappone o ad­dirittura la Cina.

Al suo ritorno, egli informò i sovrani spagnoli di avere raggiunto le "Indie": in realtà, l'India fu raggiunta solo alcuni anni più tardi, nel 1497, dalla flotta portoghese comandata da Vasco da Gama. Da allora, in diverse spedizioni successive, i portoghesi si adoperarono a conquistare militarmente alcune importanti basi com­merciali degli arabi, con l'intenzione di so­stituirsi a essi e ai mercanti veneziani nel commercio delle spezie.

Se la rotta africana per l'India era ormai consolidata e il Portogallo stava acquistan­do un ruolo sempre maggiore nei traffici verso l'Europa, l'esplorazione della miste­riosa terra raggiunta da Colombo era an­cora agli inizi.
Solo dopo tre spedizioni, tra il 1499 e il 1503, Amerigo Vespucci fu in grado di affermare che un continente ine­splorato si frapponeva tra l'Europa e le In­die. Nel 1513 fu attraversato per la prima volta l'istmo di Panama e nel 1520 Ferdi­nando Magellano varcò per la prima volta lo stretto passaggio che si inoltra nella Ter­ra del Fuoco, raggiungendo da sud-ovest le Filippine. Solo nel 1522 la spedizione fece ritorno, dopo aver compiuto per la prima volta la circumnavigazione del globo, e do­po aver verificato che già da anni i porto­ghesi navigavano in quelle acque.